Calcolo Trasformatore di Alimentazione per Amplificatori a Valvole: B+, Filamenti e VA

filtro C1 C2 raddrizzatore filamenti 6,3 V polarizzazione presa centrale alta tensione B+ 0
Un trasformatore per valvole non ha un secondario, ne ha tre o quattro: l’alta tensione con la presa centrale, i filamenti, quello del raddrizzatore se è a valvola, e spesso uno per la polarizzazione negativa. Dimensionarli è un lavoro solo, ma vanno contati tutti.

Introduzione

Il trasformatore di alimentazione è il pezzo che decide se un amplificatore a valvole funziona come volevate o come gli pare. Sbagliare la tensione dell’alta tensione di venti volt si corregge; sbagliare i VA, o dimenticarsi che i filamenti pesano quanto l’anodica, vuol dire rifarlo. E rifarlo costa, perché è quasi sempre un pezzo su misura.

Questo calcolatore parte da quello che sapete — quali valvole montate e che tensione anodica volete — e arriva a quello che serve per ordinare o avvolgere il trasformatore: tensione del secondario, correnti, sezioni dei fili e VA totali. Fa anche una cosa che i manuali per valvole non fanno: invece di moltiplicare per 1,4 o per 0,9, simula il raddrizzatore, perché quei due numeri ignorano la caduta della valvola raddrizzatrice e la resistenza del trasformatore, che a queste correnti valgono decine di volt.

La pagina è scritta per i finali in classe AB push-pull, che è la stragrande maggioranza di quello che si autocostruisce. La classe A a singola valvola assorbe corrente costante e si dimensiona con criteri diversi: avrà un calcolatore suo.

Come lavora questo calcolatore

Il motore è lo stesso del calcolatore per raddrizzatore e livellamento: un periodo di rete diviso in quattromila passi, risolto con un metodo implicito, e la condizione di regime cercata direttamente invece di aspettare il transitorio. Qui però il problema è rovesciato: non si parte dalla tensione del secondario per arrivare alla continua, si parte dalla continua che volete e si cerca il secondario che la produce.

La verifica che mi ha convinto che il motore fosse giusto è questa. Mullard pubblica per la GZ34 una tabella della tensione continua d’uscita in funzione di quella alternata, del carico e della resistenza limitatrice. Dando in pasto al simulatore le stesse condizioni, per 2×350 V a 250 mA con 60 µF escono 387 V contro i 380 pubblicati: due per cento di scarto su un dato di costruttore del 1958.

La caduta della GZ34, che nessuno pubblica

C’è una differenza di scuola fra i costruttori che rende difficile trovare questo dato. Gli americani — RCA, Sylvania, GE — pubblicano una riga secca: il 5V4G cade di 25 V a 175 mA, il 5U4G di 44 V a 225 mA. Gli europei, Mullard e Philips, non la pubblicano affatto: danno la tensione d’uscita in funzione di quella d’ingresso, e la caduta resta dentro il conto senza essere mai scritta.

Siccome il simulatore riproduce la loro tabella, la caduta si può tirare fuori al contrario: è quella che fa combaciare la simulazione con ogni riga. Vengono 20 V a 250 mA, 14 a 200 e 8 a 160, cioè un andamento coerente con una caduta che cresce con la corrente. Nel calcolatore la trovate marcata come ricavata, non come pubblicata, perché è esattamente quello che è.

Il modello è resistivo: non c’è l’induttanza di dispersione, non c’è la resistenza interna della valvola raddrizzatrice modellata come curva ma solo come caduta, e la temperatura non entra. Vale come sempre il criterio: i risultati sono il caso peggiore per il picco di corrente e una buona stima per le tensioni.

Parametri di riferimento

Sulla rete a 50 Hz un trasformatore per valvole progettato per 60 Hz lavora a densità di flusso più alta e scalda: se recuperate un trasformatore americano tenetene conto.

Card 1 — Il corredo di valvole

Si comincia contando le valvole, perché i filamenti sono la parte di consumo più grande e quella che si dimentica per prima. Un finale con quattro EL34 e tre ECC83 chiede sei ampere a 6,3 volt, che sono quasi quaranta VA prima ancora di parlare di anodica.

Il raddrizzatore a valvola vuole il suo filamento su un avvolgimento separato, non in comune con gli altri, perché il suo catodo sta alla tensione dell’alta tensione e l’isolamento fra filamento e catodo non regge quella differenza se lo mettete in comune.

Le doppie triodi della serie 12 hanno il filamento a presa centrale e si possono alimentare a 6,3 V con le due metà in parallelo o a 12,6 V in serie. Il secondo modo dimezza la corrente e va meglio con i cavi lunghi, ma non tutte hanno il dato dichiarato: dove la fonte primaria non l’ho trovato, il calcolatore lo dice invece di dedurlo.

Card 2 — La corrente anodica

Le condizioni sono quelle stampate sui fogli caratteristici, non inventate: per ogni coppia trovate la tensione anodica, la corrente a riposo e quella a piena potenza. Sono due numeri e servono a cose diverse — il trasformatore si dimensiona sul massimo, la regolazione si valuta sulla differenza.

Il rapporto fra i due è la cosa più istruttiva della card. Con la polarizzazione catodica sta fra 1,1 e 1,4: la corrente quasi non cambia col segnale. Con il bias fisso in classe AB arriva a tre e anche a quattro volte. È la stessa valvola, ma per l’alimentatore sono due mondi diversi, e spiega perché due amplificatori con lo stesso finale possono suonare in modo così diverso sulle note tenute.

Alcune valvole hanno più condizioni tabulate perché il costruttore ha pubblicato edizioni diverse del foglio negli anni, con tensioni e carichi anodici differenti. Non è un errore: sono tutte condizioni dichiarate, e vale la pena confrontarle.

Card 3 — Dalla B+ voluta al secondario

C1L B+
Ingresso a condensatore: tensione alta, corrente impulsiva.
LC1 B+
Ingresso a induttanza: tensione più bassa, corrente quasi continua.

Questa è la card che risponde alla domanda per cui esiste la pagina: quale tensione deve avere il secondario perché venga fuori la B+ che voglio. Non si moltiplica per un fattore, si cerca: il simulatore prova tensioni finché la continua a riposo non coincide con quella richiesta, tenendo dentro la caduta del raddrizzatore e la resistenza serie.

La resistenza serie totale è la somma della resistenza del secondario, di quella del primario riportata, e dell’eventuale resistenza limitatrice che molti costruttori di valvole raddrizzatrici prescrivono. Non è un dettaglio: su un alimentatore da 250 mA vale decine di volt, ed è anche quella che decide quanto cede la tensione sotto segnale.

Scegliendo l’ingresso a induttanza cambia tutto: la tensione scende verso nove decimi dell’efficace invece di salire verso il picco, ma la corrente nel secondario diventa quasi continua invece che impulsiva. Il trasformatore che serve è più piccolo a parità di potenza resa, e l’ondulazione crolla.

L’induttanza critica è quella sotto la quale il choke smette di condurre in modo continuo e il filtro torna a comportarsi da capacitivo. Dipende dal carico, quindi un alimentatore che a piena potenza sta sopra la critica può scenderci sotto a riposo: è il motivo per cui si usa una resistenza di scarico permanente.

Card 4 — Regolazione e cedimento

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Il cedimento — il sag — è la differenza fra la tensione anodica a riposo e quella a piena potenza. Non è un difetto in assoluto: su un amplificatore per chitarra è parte del suono, la compressione naturale che si sente quando si attacca forte una nota. Su un finale per ascolto è invece una perdita di controllo, e si combatte con un secondario a resistenza più bassa e più capacità.

La cosa che sorprende chi lo calcola per la prima volta è quanto pesi il tipo di polarizzazione. Con il bias fisso la corrente può triplicare fra riposo e massimo, e la tensione segue; con la catodica varia di un quarto e l’alimentazione resta ferma. Il trasformatore è lo stesso: cambia solo quanto gli si chiede.

Il conto qui è solo resistivo e non include il recupero dell’alimentazione nel tempo. Il cedimento reale ha anche una costante di tempo, decisa dalla capacità totale, che è quella che si sente come respiro dopo un attacco: quella dinamica questo calcolatore non la modella.

Card 5 — Gli avvolgimenti dei filamenti

Sui filamenti conviene essere generosi. Sono l’avvolgimento più esterno e più caldo, portano parecchi ampere, e mezzo volt di caduta su 6,3 non è un dettaglio: le valvole hanno una tolleranza stretta e sotto tensione l’emissione cala e il catodo si rovina prima.

La densità di corrente predefinita è più bassa di quella che si usa sugli avvolgimenti di alta tensione proprio per questo. Il conto va comunque verificato a valvole calde, misurando ai piedini e non a vuoto: è lì che si scopre se il filo scelto bastava.

Filamenti in alternata: attorcigliare, e a volte sollevare

I due fili del filamento vanno attorcigliati fra loro e tenuti negli angoli del telaio, non in mezzo. Attorcigliati, i campi delle due correnti uguali e opposte si elidono quasi del tutto; separati, formano una spira che irradia a cinquanta hertz proprio nella zona dove passano i segnali più deboli.

Se dopo aver fatto tutto per bene resta ronzio, la strada successiva è sollevare i filamenti a una tensione continua di qualche decina di volt rispetto alla massa, prendendola da un partitore sulla B+. Serve a due cose: tiene la differenza fra filamento e catodo dentro il limite dichiarato sulle valvole con catodo alto, come i catodi seguitori, e riduce la corrente di dispersione che si trasforma in ronzio. In alternativa si mette un potenziometro da un centinaio di ohm fra i due capi del filamento, con il cursore a massa, e si cerca il minimo a orecchio.

Card 6 — La polarizzazione negativa

Con il bias fisso serve una tensione negativa sulle griglie, e ci sono due modi di ricavarla. L’avvolgimento dedicato è pulito e indipendente: costa un avvolgimento in più, che è poca cosa in VA ma va chiesto quando si ordina il trasformatore, perché aggiungerlo dopo significa rifarlo.

La presa sull’alta tensione non costa niente: si preleva da un capo del secondario con un diodo rivolto al contrario e si livella. Ha però una conseguenza che vale la pena conoscere: la tensione negativa segue le variazioni dell’alta tensione, quindi quando l’alimentazione cede sotto segnale il bias si sposta insieme a lei e le finali conducono un po’ di più. Su un amplificatore per chitarra fa parte del comportamento; su un finale per ascolto è un argomento a favore dell’avvolgimento separato.

Qualunque sia lo schema, il circuito di polarizzazione è quello che tiene in vita le finali: se si interrompe, le griglie vanno a zero e le valvole conducono senza freno. Una resistenza di sicurezza verso il negativo e un controllo periodico della corrente di riposo valgono più di qualsiasi calcolo.

Card 7 — I VA totali e la taglia

Qui si tirano le somme, e il risultato di solito sorprende: i filamenti pesano quanto l’alta tensione, a volte di più. Un finale con quattro EL34 spende quaranta VA solo per scaldare le valvole, prima di aver prodotto un watt di suono.

L’alta tensione va contata con la corrente efficace che ci scorre davvero, non con la continua che arriva al carico. Con l’ingresso a condensatore il fattore di forma sta intorno a 1,7; con l’ingresso a induttanza scende vicino a uno, ed è la ragione tecnica per cui il choke, che sembra un lusso, in realtà fa risparmiare trasformatore.

Il margine è quello che copre le cose che il conto non sa: la tolleranza della rete, il fatto che il trasformatore lavora chiuso in un telaio caldo, e l’abitudine di aggiungere una valvola dopo. Venti per cento è prudente senza essere spreco.

Card 8 — Da dove viene il ronzio

Questa card non calcola, ragiona. Il ronzio di un amplificatore a valvole ha due sole frequenze possibili, e distinguerle divide il problema a metà prima ancora di aprire il telaio.

Cento hertz è il doppio della rete e può venire solo dall’alimentazione anodica, perché è la frequenza con cui il raddrizzatore a doppia semionda ricarica il condensatore. Cinquanta hertz invece dall’anodica non ci arriva quasi, e allora la colpa è di un accoppiamento diretto: campo magnetico del trasformatore di rete, filamenti in alternata, oppure una massa che raccoglie corrente di ritorno.

La distinzione si fa con un oscilloscopio, ma anche a orecchio con un po’ di abitudine: cento hertz è un ronzio pieno e stabile, cinquanta è più basso e sporco. Se non è né l’uno né l’altro, prima di dare la colpa all’alimentazione conviene escludere un’oscillazione.

Montaggio: posizione, schermature, masse

Un trasformatore di alimentazione ben calcolato e montato male fa più danni di uno calcolato male e montato bene. La ragione è che disperde campo magnetico a cinquanta hertz, e nello stesso telaio c’è un trasformatore d’uscita il cui mestiere è raccogliere campo magnetico. Le regole che seguono non sono superstizione: sono geometria.

rete uscita più lontani possibile asse asse a 90°
I due trasformatori vanno tenuti lontani e con gli assi degli avvolgimenti perpendicolari fra loro. È la disposizione che minimizza il flusso concatenato: allineati sarebbero un trasformatore in più, quello che non volete.
Distanza e orientamento: perché novanta gradi contano più dei centimetri

Il campo disperso di un trasformatore si comporta a distanza come quello di un dipolo, quindi cala con il cubo della distanza: raddoppiando lo spazio fra i due il disturbo scende di circa otto volte. È un guadagno rapido, ma il telaio è quello che è e i centimetri finiscono presto.

L’orientamento invece non costa niente e rende di più. Quello che conta non è il campo che arriva, è il flusso che si concatena con l’avvolgimento d’uscita, e quello dipende dal coseno dell’angolo fra gli assi. A novanta gradi il termine si annulla quasi del tutto: ruotare un trasformatore di un quarto di giro può fare più di dieci centimetri di distanza. Se il telaio lo permette, si prova a mano prima di forare — si alimenta l’amplificatore con il trasformatore d’uscita appoggiato e lo si gira ascoltando, e il minimo si sente benissimo.

Schermature: quando servono e quando sono un placebo

Lo schermo magnetico funziona per deviazione, non per assorbimento: un materiale ad alta permeabilità offre al flusso una strada più facile e se lo porta via. Questo vuol dire che deve essere ferromagnetico e continuo, e che un lamierino di alluminio non fa niente contro il campo a cinquanta hertz, per quanto spesso sia. L’alluminio scherma i campi elettrici e le radiofrequenze, non il magnetico a bassa frequenza.

La cuffia in acciaio dolce attorno al trasformatore di rete aiuta, e nei casi difficili si usa la mumetal, che però va trattata con rispetto: perde le sue proprietà se la si piega o la si lavora dopo il trattamento termico. Il cofano va messo attorno alla sorgente, non attorno alla vittima, perché deviare il campo dov’è concentrato è molto più efficace che tentare di fermarlo dove è già sparso.

Masse: il giro di ritorno è un’antenna

Il ronzio a cinquanta hertz che non se ne va ruotando i trasformatori quasi sempre viene dalle masse. Il punto è che le correnti di ricarica del condensatore di filtro sono impulsi da parecchi ampere, e se il loro ritorno passa dallo stesso pezzo di telaio su cui è riferito lo stadio d’ingresso, quella lamiera diventa un generatore in serie al segnale.

La regola pratica è tenere separati i due mondi: il ritorno dell’alimentazione va portato direttamente al punto in cui il condensatore di filtro è collegato, e da lì un solo collegamento verso la massa dei segnali. Non contano le teorie sulla stella perfetta, conta che la corrente impulsiva non attraversi mai un tratto condiviso con l’ingresso.

Il ronzio meccanico, quello che si sente a orecchio nudo

Se il trasformatore ronza fisicamente, il problema non è elettrico. Le cause sono tre: lamierini non serrati abbastanza, saturazione perché la tensione di rete è più alta di quella per cui è avvolto, o una componente continua sulla rete che sposta il punto di lavoro sul ciclo di isteresi.

Le prime due si diagnosticano subito — misurando la tensione di rete e la corrente a vuoto — mentre la terza è più subdola e in genere arriva da apparecchi con alimentatori a mezz’onda collegati alla stessa linea. Impregnare o serrare aiuta sul rumore ma non toglie la causa: se il trasformatore satura, scalda comunque.

Tabelle di riferimento e fonti

I dati non sono ricopiati da altri calcolatori: vengono dai fogli caratteristici, e dove non li ho potuti verificare su una fonte primaria il calcolatore lo dichiara e lascia il campo a voi invece di riempirlo con un numero plausibile.

Filamenti delle valvole finali

ValvolaCorrenteValore alternativoFonte

Raddrizzatori a valvola

ValvolaFilamentoI maxCadutaFonte

Le correnti anodiche delle coppie push-pull vengono dai fogli Mullard, Ei-RC su licenza Philips, Sylvania, Genalex Gold Lion e, dove indicato, da costruttori moderni come Svetlana e JJ, che sono dichiarati come tali. Diversi valori restano non verificati su fonte primaria — la caduta della 5U4GB, la corrente massima della 5Y3GT, il ramo a 12,6 V di alcune doppie triodi — e in quei casi il calcolatore chiede il dato invece di inventarlo.